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Diario
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12 settembre 2009

11 settembre 1973, Santiago del Cile, Palacio de la Moneda.

Ora c'è Obama, bisogna parlare bene dell'America. Anche se, la settimana scorsa, un raid nato in Afghanistan ha fatto 90 vittime civili (mi sono già pronunciato). Quindi partecipiamo tutti con dolore e retorica alle celebrazioni per l'attentato alle Torri, anche se c'è un filone di pensiero che pone domande alle quali è difficile rispondere rimanendo all'interno della versione ufficiale.
Ma l'11 settembre non si esaurisce con una celebrazione a Ground Zero.

Torniamo con la mente a 36 anni fa: 11 settembre 1973, Santiago del Cile, Palacio de la Moneda. Sotto una pioggia di bombe e un attacco multilaterale, Salvador Allende resisteva insieme alla sua famiglia, e rifiutava di arrendersi al colpo di Stato organizzato da quello che fino al giorno prima era il suo più stretto collaboratore, il generale Augusto Pinochet.

Era da poco stato il terzo anniversario di Allende al governo. Nel primo anno aveva portato cibo, lavoro e sanità a tutti i cileni. Poi l'economia aveva collassato. Colpa di una politica sociale troppo dispendiosa e, soprattutto, delle sanzioni economiche imposte dagli Usa di Nixon e Kissinger. Sì perché una delle imperdonabili colpe di Allende, oltre quella di essere socialista, era di aver nazionalizzato la principale risorsa cilena, il rame, lasciando le grandi industrie americane a secco.
Gli Usa fecero di tutto per deporre Allende: usarono le buone e le cattive. Oltre all'embargo, ai tentativi di corrompere politici cileni, fomentarono del malcontento popolare, ed erano all'ordine del giorno dichiarazioni come queste:

“Non un dado, non un bullone raggiungerà il Cile sotto il governo di Allende. Una volta che Allende arriverà al potere noi faremo tutto ciò che potremo per condannare il Cile e tutti i cileni a patire privazioni e povertà” (Edward M. Korry, ambasciatore Usa in Cile)

 “Non staremo qui senza far niente a guardare un Paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo” (Henry Kissinger, consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa)

Nel Palacio de la Moneda semidistrutto, l'11 settembre 1973, era ormai chiaro ad Allende che la battaglia era persa. Gli fu offerta la possibilità di scappare, ma lui rifiutò: "il Presidente del Cile non scappa in aereo! Non ho la vocazione del martire, ma non lascerò la Moneda se non crivellato di pallottole!". Dopodiché, ordinò alla famiglia di uscire a arrendersi. Poi fece lo stesso con i più stretti collaboratori. Rimasto solo, e sempre più accerchiato, dettò alla radio il suo ultimo messaggio al Paese, e si sparò con una mitraglietta donatagli da Fidel Castro.

Prese il potere Pinochet, nella soddisfazione degli Usa e del Vaticano (che Allende si era già inimicato con le sue riforme, soprattutto in materia di scuola). Lo stadio nazionale di Santiago divenne un carcere a cielo aperto dove, solo nei primi giorni, vennero arrestate più di 7000 persone. Molte di queste, uccise o torturate: emblematico fu il caso di Victor Jara, cantautore fedelissimo di Allende. Il regime di Pinochet praticò la tortura su larga scala, e gli omicidi e i rapimenti politici erano all'ordine del giorno.

Quell'anno, Henry Kissinger prese il premio Nobel.
Per la pace.

Davanti a un tale scempio di democrazia, di vite innocenti, di devastazione della dignità umana, Nixon commentava: "quello che sta succedendo in Cile non è piacevole, ma sempre meglio che sotto Allende."
Ma che gli Usa si siano resi complici di veri e propri genocidi pur di arginare il socialismo è cosa risaputa.
Quello che è meno risaputo è la benedizione del Papa illuminato:
Karol Wojtyla. Al 1993 risale il seguente messaggio: "Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale". Firmato, Giovanni Paolo II.

Recentemente, Angela Merkel ha detto "mi inchino davanti ai morti causati dalla Germania. Ogni morto innocente è un morto di troppo". E Colin Powell ha ammesso che "quello che è successo in Cile non è qualcosa di cui gli Usa vanno fieri".
Perché Obama non fa lo stesso? Perché, accanto alle celebrazioni per l'11 settembre 2001, non si affiancano quelle dell'11 settembre 1973?

OK, non c'è stato molto da ridere in questo post. Però vi lascio con una bellissima canzone di Sting, dedicata a quei terribili anni di repressione e tortura.

Queste sono le ultime parole di Allende, dettate per radio da un Palacio de la Moneda accerchiato, a guerra ormai persa:
“Sappiano, almeno con il nostro esempio, che in questo Paese vi sono uomini che sanno tener fede agli obblighi. Io lo farò, per mandato del popolo e per volontà cosciente di un Presidente che ha la dignità dell’incarico affidatogli.
La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata. È un momento difficile; è possibile che ci sconfiggano: però il futuro sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza per conquistare una vita migliore.
Pagherò con la vita la mia lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo gettato nelle coscienze onorate di migliaia e migliaia di cileni, non potrà mai essere estirpato!
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

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