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Diario
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14 settembre 2009

Ancora razzismo nelle pubblicità

Bentrovati a tutti!
Passato bene il weekend? Mi auguro di no.

Dopo la "mattonata" che ho postato sabato, stamattina volevo occuparmi di un altro grave scandalo sociale e morale: il razzismo che imperversa nelle pubblicità. Dopo aver abbondantemente trattato le gesta della Tim Band, col dramma umano di Luca, l'inutile bassista nero, un mio lettore, Daniele (scusa Daniè, devo far finta di non conoscerti, fa molto più fico così. Ci sentiamo oggi per il calcetto) mi ha fatto notare che c'è del razzismo anche negli spot della Ringo.
"Ohibò", rispondo io, e vado a controllare. Daniele ha ragione! Controllate coi vostri occhi cliccando sui link.

Primo spot, risalente al 1988: un gruppo di bambini bianchi sono vestiti da baseball e mangiano Ringo. Incontrano un altro bambino bianco, e perdipiù biondo, che mangia Ringo. Gli tirano la palla ed è siglato il tacito accordo: giochiamo un'arianissima partita di baseball.
La partita inizia, e uno dei due bambini bianchi batte una palla a bordo campo. Due altri bambini bianchi, in tribuna, esultano. I bambini bianchi della squadra avversaria fanno di tutto per raccogliere la palla ed eliminare il bambino bianco che nel frattempo sta correndo attorno alle basi. I bambini bianchi della squadra di quello che corre lo incitano. Il bambino bianco arriva a casa-base (in scivolata, of course), e segna il punto, in extremis, tra l'esultanza del pubblico composto esclusivamente di bambini bianchi.
A questo punto, spunta fuori un bambino nero. Ma da dove? Non era neanche in squadra!
Il suo unico scopo è quello di correre verso il bambino bianco e dargli il cinque. Secondo me, più che un cinque, è un tentativo di schiaffo in faccia.

Secondo spot, del 2008: dieci anni dopo, ma le cose non sono cambiate. C'è un gruppo di bambini bianchi che fanno i teppistelli in mezzo alla strada. Ma per fortuna arriva Kakà (bianco), e con le sue giocate calcistiche li rimette tutti in riga. Viene coinvolta tutta la città a giocare a calcio con la carta appallottolata dei Ringo (che poi magicamente diventa un pallone vero). Ed è una città di soli bianchi. C'è perfino una donna, come rappresentante delle "categorie sociali svantaggiate", ma un nero no. Non lo vedi neanche se scorri un fotogramma alla volta.
Anche qui, alla fine, spunta fuori un ragazzino nero per dare il cinque a Kakà. Ma da dove arriva? L'avevano nascosto in un tombino?

Secondo me non è un caso che, nei Ringo, il biscotto bianco e quello nero siano ben separati da uno strato di una sostanza imprecisata, dolciastra e, naturalmente, bianca.


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permalink | inviato da Pierpaolo Buzza il 14/9/2009 alle 9:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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