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Diario
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7 ottobre 2009

Sono ragazzi come me, né più né meno

Io ho una sorella di undici anni e mezzo.
E' da quando ne ha zero che la seguo, costantemente, in tutte le sue attività. Non è vera l'equazione bambino piccolo = poche attività; nel caso di mia sorella, anzi, è vero l'opposto. Mia sorella è sempre stata super-entusiasta e piena di interessi, ed è stata messa in condizioni di poterli coltivare tutti.

Io non mi sono perso un solo saggio. Ho collezionato un'esperienza di saggi davvero invidiabile: saggi di coordinazione motoria (quando era molto piccola), di ginnastica ritmica, di danza moderna, di musica, di equitazione. Senza contare poi gli allenamenti ordinari: nuoto, ginnastica, più quelli già detti.
Ricordo una gara nazionale di ritmica a Lignano Sabbiadoro, qualche estate fa, che è durata per tutto il giorno (o erano due giorni? O tre? Una volta che entri in quel Palazzetto, perdi il senso del tempo). Sì perché, dovete sapere, quando andate a vedere il saggio di vostra sorella, non vedete solo vostra sorella. Vedete anche tutti i bambini prima, e quelli dopo. Poi c'è la consegna dei diplomi/attestati/medaglie a tutti.

Ironia a parte, è chiaro che non è sempre stato uno spasso. Ma sull'alto piatto della bilancia c'è il fatto di esserci, che pesa molto di più.
(secondo in coda dei post promessi, un approfondimento su questo concetto).

In questa decennale esperienza di saggi, spesso guardo le altre famiglie. Ci sono la mamma e il papà di turno, e il bambino tutto entusiasta. E riscontro una costante: i genitori. Sembrano sempre spersi. Sembra sempre che non sappiano perché sono lì, cosa debbano fare.

Sembrano essere capitati lì per caso e, soprattutto, sembra che il ragazzino che gli saltella intorno gli sia un perfetto estraneo.
Il ragazzino sa sempre perché è lì. E' a suo agio, anche quando piange perché ha paura, è comunque nel suo ambiente. Ma i genitori no. Il più delle volte, gli occhi dei padri sembrano quasi infastiditi. Quegli stessi genitori li estraneo dal contesto, e me li immagino, lui e lei, in un pub a bere una birra e a chiacchierare, e lì li trovo già più nel loro ambiente.
Poi li rivedo in una palestra, o in un circolo di equitazione, o in un teatro, e mi sembra stiano recitando (male) una parte. Le madri riescono a improvvisare appena un po' meglio, sembra siano appena più preparate su dove mettere le mani per soffiare il naso a una bambina che non sa farlo da sola. Ma anche loro. Le guardo e non riesco a togliermi dalla mente che è una recita obbligatoria. Un gioco di cui non si conoscono le regole, da cui è troppo tardi per tirarsi indietro.

Non voglio essere cinico. Sono sicuro che tutti i padri e le madri adorano i propri figli. Non è dell'amore che sto discutendo, ma dell'adattamento ai ruoli. Molti genitori, nel rapportarsi ai figli piccoli, sembrano uova di Pasqua sotto l'albero di Natale. Sembra stiano cercando di scalare una montagna con muta, bombole e pinne.

Sembra sempre che, sotto sotto, stiano pensando "ma perché abbiamo fatto 'sto ragazzino? Cosa stavamo pensando in quel momento? Perché questo estraneo ci sta saltellando tra i piedi, cosa vuole da noi? Cosa dobbiamo fare?".

E il ragazzino di turno li guarda, cieco di fiducia, come se sapessero tutto.


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permalink | inviato da Pierpaolo Buzza il 7/10/2009 alle 10:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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