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Diario
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21 ottobre 2009

Il ponte dei suicidi

Ero già stato una volta a Lussemburgo, nel 1998, per un torneo di pallavolo fra tutte le Scuole Europee. La nostra scuola (Bruxelles II) non andò lontano, c'erano un paio di tedeschi forti, un alzatore portoghese discreto, e dietro il vuoto. Io fui chiamato all'ultimo momento per sostituire un mio compagno di classe che odiavo e che, per giunta, era molto più forte di me.
Feci quello che potei. Tirai su da terra un paio di palle che già i miei compagni avevano dato per perse, feci casualmente un punto con una ricezione sbagliata, e quando tentai una schiacciata, la palla finì lunga di un metro abbondante.
Fu in occasioni come quelle che imparai che è difficile battere qualcuno nel suo campo.
Ero ospite di una famiglia di italiani che aveva un figlio piccolo alla Scuola Europea di Lussemburgo. Quando il padre della famiglia mi accompagnò la prima volta all'impianto sportivo, passammo su un ponte che affacciava su una valle. "Affacciava" è una parola grossa, perchè era contornato di dispositivi anti-suicidio. Il signore mi spiegò che il Lussemburgo era il Paese europeo a più alta percentuale di suicidi, e che i lussembughesi preferivano proprio quel ponte per buttarsi giù. Quindi le autorità avevano messo questi dispositivi anti-sucidio in seguito alle lamentele degli abitanti delle case sottostanti, che vedevano le loro cene o i loro amplessi interrotti da gente che gli piombava in casa, a tutta velocità, sfondando il tetto.
Mentre mi raccontava questo, il signore tratteneva a malapena un sorriso. Io anche. Poi guardai meglio fuori. Era tutto grigio, pioviccicava, c'era la nebbia e faceva freddo. Le macchine sfrecciavano come in qualsiasi altra parte del mondo. E capii un po' meglio come fosse possibile che tanta gente si buttasse di sotto.

Ieri mattina, alle 7:30, a Lussemburgo era buio come fosse stata ancora notte fonda. Ero su un autobus per andare al colloquio con la Commissione Europea. Ero senza biglietto, non sapevo dove scendere, ed ero anche in ritardo. Guardavo fuori alla ricerca di indicazioni tradali o traccia di controllori, ma tanto era buio e non si vedeva molto. Mi sono passato una mano sulla faccia, e sulle dita mi sono trovato un po' di sangue. Mi si era spaccato il labbro. Si è avvicinata una ragazza e mi ha chiesto indicazioni in francese. L'ho guardata con gli occhi di fuoco e il sangue alla bocca, si è spaventata e girata prima ancora che potessi dirle che non parlavo francese, che non ero di lì, e che non era proprio il momento.
Una di quelle situazioni in cui il mio corpo entra in modalità-sopravvivenza. E stavo andando a fare un colloquio che, per molte persone, rappresenta l'occasione di una vita.
Appena ho finito di ricompormi, l'autobus ha girato a destra e imboccato il ponte dei suicidi. Sui dispositivi anti-suicidio hanno disegnato delle rondini, ma il dispositivo stesso è diventato grigio a causa dello smog. Era ancora buio pesto. Ho cercato di guardare le case sottostanti, e a immaginare cosa si prova a vedersi arrivare un suicida dentro casa. Poi ho provato a immaginare cosa si prova a stare su un ponte e a dire "ora mi butto. Davvero ragà, non è uno scherzo. Mi sto per buttare di sotto". Lì vuol dire che è proprio finita. Game over.

Sono sceso per puro caso alla fermata giusta. Ho girellato un po' invano, poi sono arrivato all'appuntamento con dodici minuti di ritardo. Al decimo, avevo ricevuto una telefonata: "mr. Buzza? Dove è?". Ero in ascensore.
Il colloquio è andato come pensavo che andasse: bene. Chiaramente non mi ero preparato, perché se si ha il coraggio e la tranquillità di improvvisare, secondo me difficilmente ci si sbaglia.
Quando sono uscito dall'edificio erano le 9:20, e il sole era sorto. Ho iniziato il viaggio verso Roma, dove sono atterrato ieri sera, non prima di aver attraversato in treno il Lussemburgo e il Belgio.
Mi prenderanno? Non mi prenderanno? Ma soprattutto: se mi prenderanno, accetterò? Sono molti soldi, certo, ma significherebbe lasciare tutto. Tutto. La scuola, lo spettacolo, i corsi, la satira, calcio, improteatro, la famiglia... tutto.

Passerei tutti i giorni sul ponte dei suicidi, in fredde mattinate in cui non è ancora sorto il sole, in cambio di tre anni a tremila euro al mese.

Mi sono ripromesso di iniziare a pensarci da oggi.
Ciò detto, due aggiornamenti:

1) il caso del giudice Mesiano sta suscitando sempre più scalpore! "Il Fatto" ha lanciato l'iniziativa "anche io ho i calzini turchesi", come gesto di solidarietà. Informatevi sul loro sito, se volete partecipate. Per questa settimana, il mio blog aderisce portando metaforicamente i calzini turchesi. Spero che qualcuno confermerà che sono stato il primo blogger a notare questa cosa e a parlarne.

2) la difficile trasferta di Morlupo si è conclusa con una sconfitta: 3-2. In questo articolo troverete la cronaca della partita. Per fugare ogni dubbio: no, non l'ho scritta io, ma è opera di Barbapress.

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