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27 dicembre 2009

Saga di Natale - capitolo 2 - LA CLASSE NON E' ACQUA

Quando sono tornato dal Lussemburgo, ho preso un treno per andare all'aereoporto di Charleroi (vicino Bruxelles), attraversando così buona parte della campagna belga. E' diversa dalla campagna toscana o laziale, ma sempre fascinosa come ogni campagna vista dal finestrino di un treno.
Sul vagone ho trovato un posto bellissimo, e guardavo fuori pensando all'intervista che avevo sostenuto quella mattina mentre sorgeva il sole, e già mi sembrava una vita fa. Quando è arrivato il controllore, mi ha fatto gentilmente notare che quel vagone era di prima classe, mentre io avevo un biglietto di seconda; e che la seconda era il vagone accanto.
Mi sono scusato e sono andato in seconda classe. Faceva più freddo, c'era più gente, le poltrone erano meno morbide. Perfino il paesaggio fuori era meno bello.

In quell'occasione ho avuto la sensazione che fra la prima e la seconda classe esiste un confine più sottile dei confort materiali. E' qualcosa di inafferrabile, eppure concretissimo. In prima classe è un certo tipo di viaggio; in seconda, un altro.

La prova tangibile di questa sensazione l'ho avuta su due Intercity questo Natale. Sono partito per Prato il 24, ho fatto il cenone, poi il 25 mattina sono tornato a Roma.
L'andata, Roma-Prato, l'ho fatta in seconda classe. Lo spazio per i bagagli era pieno delle bibite e dei panini dello Chef Express, che stava nello scompartimento accanto a noi. Nello scompartimento con me c'erano una siciliana sulla quarantina trapiantata in Toscana, una romana della stessa età, un novarese trentenne che vive e lavora a Roma, più una asiatica scura che non ha detto una parola.

Tanto per cominciare, la toscana ha fatto subito chiudere la porta dello scompartimento perché le dava fastidio sentir parlare quelli in corridoio. Ha detto a voce alta "loro stanno parlando, ma per me è solo chiacchiericcio", cercando con lo sguardo complicità, senza trovarne. Dopodiché ha tirato fuori il cellulare e ha fatto una telefonata: "AMOOORE!!!" Era la prima parola. Le stavo di fronte, mi ha svegliato. La guardo. Non è interessata. Riabbassa il volume della voce. Mi riaddormento. Lei caccia un altro strillo: "INSOMMA HAI CAPITO CHE ROBA?? AH AH AH!!!". Mi risveglio. OK, sono morto di sonno, ma non è il caso di dormire.
Finalmente la signora attacca. Tempo dieci minuti, ritira fuori il telefono e fa un'altra chiamata. Di nuovo a voce alta, e di nuovo chiamando  "amore" il suo interlocutore.
Questa signora, per le tre ore che dura il viaggio, farà una decina di telefonate. Tutte rigorosamente urlate, e chiamando indistintamente "amore" tutti i suoi interlocutori.

Mentre sto lì a domandarmi il perché di una tale mancanza di tatto, di intelligenza, di elementare buona educazione o buon senso, di una persona che fa chiudere la porta dello scompartimento perché infastidita dal lontano chiacchiericcio altrui, poi passa tre ore a disturbare gli altri col chiacchiericcio suo, sento partire in tromba il novarese trentenne. Sta facendo comunella con la romana. Sta dicendo che i romani ormai non hanno più niente dell'Impero Romano. Mentre per esempio, nei paesi arabi, le moschee le hanno costruite i califfi, e infatti nell'arabo c'è molto più del califfo di quanto non ci sia nel romano degli antichi romani.
Penso "ma sta raccontando una barzelletta?". No. Interviene la toscana, che per un attimo ha smesso di dire "amore" a tutta la sua rubrica, e il novarese rincara la dose: "ecco, sento che lei è di Firenze: sicuramente nei fiorentini c'è molto più dei Medici di quanto non ci sia nei romani dei Cesari. E' che i popoli hanno perso la loro identità".

Io mi domando come sia possibile dare un simile sfoggio di ignoranza becera e qualunquista, e vantarsene. Ma temo che le due signore, sedotte dall'immediata comprensibilità dell'argomento (falso, retorico, intuile, pericoloso ma facilmente accessibile), possano dirsi d'accordo.
E' quello che fanno. A questo punto il novarese, forte del consenso ottenuto, inizia uno sproloquio vergognoso, sempre appoggiato dalle due signore, di cui sintetizzo qui gli argomenti.

"Io non sono razzista, ma i cinesi ci hanno colonizzato"; "Io non sono razzista, ma i barconi dovremmo lasciarli affondare, come fanno Malta e la Spagna"; "Io non sono razzista, ma voglio difendere le mie tradizioni e la mia cultura" (cultura? questo a malapena avrà letto Topolino).
E io penso come sia curioso come a nessuno piaccia sentirsi razzista, ma questo non li frena dall'esprimere tesi razziste.
Questa mia tesi viene confortata subito dopo, quando il novarese dice "Io non stimo Berlusconi, ma... " e la toscana subito conferma: "io lo odio!", ma poi entrambi si producono in una lode sperticata della sua politica estera che ci ha resi amici di Putin e Gheddafi.
Anche qui: a nessuno piace sentirsi sostenitore di Berlusconi. Eppure molta gente pensa e parla come un elettore Pdl. Della serie: "ho posto la premessa che non sono razzista/berlusconiano, 'quindi' posso dire quello che voglio". Questa non è più neanche retorica. E' proprio sottocultura.

Altri argomenti-delirio (beninteso, sempre evitando di dire la parola "cinesi", per sostituirla con "questa gente"):
- "Se non ho lavoro, è colpa dei cinesi"
- "In Italia gli immigrati sono più tutelati di noi italiani"
- "Craxi è stato deposto dalla CIA dopo l'affare di Sigonella, allo stesso modo in cui Berlusconi è stato deposto dalla CIA dopo l'amicizia con Putin".
- "Bisogna fermare l'invasione, anche attraverso la non concessione o la revoca delle licenze".
- "Quando sono venuta in Toscana dalla Sicilia, sono venuta per lavorare, non per rubare lavoro".
- "La colpa di tutto questo è della globalizzazione: perché non veniva nessuno in Italia prima del 1991?"
- "Si dice sempre che una città è bella perché è cosmopolita. Basta che una città sia cosmopolita perché sia bella? Se andiamo avanti così, tutti i posti diventeranno uguali, non-luoghi, una palude indistinta".

... insomma avete capito il tipo. Io guardavo fuori dal finestrino, pioveva. Mi domandavo: che fare? Intervenire? Stare in silenzio? Ho scelto il silenzio. Nessuna delle persone là dentro poteva neanche aspirare ad essere un mio interlocutore. Li ho lasciati sproloquiare, ho lasciato che il mio scompartimento diventasse un comizio di Borghezio. Poi è finita. La toscana ha ricominciato a parlare a telefono, io ho continuato a leggere da dove avevo interrotto.

Il viaggio di ritorno l'ho fatto in prima classe. Fuori c'era bel tempo. Nello scompartimento con me c'era solo un bambino cinese. Abbiamo fatto amicizia. Si chiama Cristian, ha 9 anni, stava andando a Napoli dallo zio. Era la prima volta che viaggiava solo. Ha passato il tempo a chiedermi se in Italia ci sono i leoni. No? E le tigri? Nemmeno. E gli orsi? Quelli sì. "Anche i lupi". Davvero? Eh già.
Ha visto un fiume e mi ha chiesto perché era marrone. Gliel'ho spiegato. Poi mi ha chiesto "perché allora il Fiume Azzurro si chiama Azzurro? E il Fiume Giallo?". (non lo sapevo)
Mi ha raccontato del suo villaggio in Cina, mi ha raccontato che a scuola gli piace la matematica ma in italiano non sa scrivere le doppie. Da grande vuole fare l'esploratore. Però se vede un leone scappa, perché sennò il leone se lo mangia. Abbiamo fatto merenda insieme, io col cappuccino, lui con le Pringles. Si è un po' offeso che gliele ho offerte io. Poi mi ha ringraziato e abbiamo fatto pace.
Mi ha spiegato perché secondo lui la Terra è piatta, e io gli ho spiegato perché non era vero. Mi ascoltava con la bocca aperta.
Quando non parlava con me, guardava fuori col naso attaccato al finestrino, bisbigliando litanie che non riuscivo a cogliere.
Poi tornavamo a parlare insieme. Facevamo giochi di parole con i nomi delle città, col titolo del mio libro, e ancora tanti perché.

Gli ho chiesto della sua famiglia, lavorano tutti nel tessile. Chissà se la toscana dell'andata, o il novarese leghista, odiano anche lui. Lui forse no, perché è solo un bambino, per il buonismo italiota loro e di tutti quelli come loro.

Un tempo i ricchi, i padroni, i capitalisti, i nemici, viaggiavano in prima, mentre gli operai, i proletari, i comunisti, i compagni, viaggiavano in seconda. Ora in "prima" (e ora sto parlando della prima della vita, non più dei treni) ci viaggiano gli intellettuali, quelli che perlopiù sanno smontare un argomento razzista pezzo per pezzo. Più i figli dei cinesi, affamati di sapere tutto quello che li circonda, mentre in seconda ci viaggiano i leghisti, i qualunquisti, gente che non si è mai posta una domanda nella vita, eppure parla, parla, ma quanto parla. E vota. E vince.

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