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Diario
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11 gennaio 2010

Problemi strutturali del sistema scolastico, non solo italiano

Ho iniziato a insegnare matematica nel 1998, quando avevo 17 anni ed ero al primo anno d'università. Da allora non ho mai smesso. Per svariati anni ho fatto solo ripetizioni private, adesso lavoro anche nei licei, e sono il più precario tra i professori precari (III fascia).
Per fortuna è un periodo in cui di lavoro ce n'è molto: i corsi di recupero per definizione sono saltuari, ma va bene così, a fare una sola cosa mi annoierei.

Attualmente la mia allieva più giovane va in seconda media (in realtà non insegnerei alle medie, ma una è mia sorella e l'altra è la nipote di amici di famiglia), e il mio allievo più "anziano" sta facendo l'esame di Analisi 1 all'università. In vita mia ho avuto il piacere e il privilegio di poter insegnare matematica a qualche centinaia di allievi: e per tutti, indiscriminatamente, ho riscontrato delle costanti.

Quello che i ragazzi imparano al liceo ha un grandissimo valore, solo che loro non se ne rendono conto. Quello che sanno è che devono passare l'interrogazione, essere sufficienti in un compito in classe. Quindi si crea un corto circuito logico: la materia perde il suo "status" di materia, e diventa uno strumento non già per imparare delle cose, ma per prendere un voto, poi sparisce senza lasciare tracce.

Prendiamo per esempio la materia che insegno io, la matematica. Può essere fatta in due modi: come un computer o come una persona. La "modalità-computer" ha il vantaggio di essere immediatamente comprensibile, basta imparare un algoritmo e replicarlo. Lo svantaggio di questo approccio è che è noioso oltre ogni immaginazione, per chi la insegna e soprattutto per chi la impara. Chi è che potrebbe appassionarsi nel compiere meccanicamente la stessa operazione trenta, quaranta volte, senza capirla, senza sapere perché?
Poi dicono che la matematica è noiosa. No: esiste un modo noioso di farla, e purtroppo è il modo prevalente, quello che la scuola stessa incoraggia.

Di contro, c'è la "modalità-essere umano", che significa capire la logica delle cose, e interpretare l'esercizio non come qualcosa da risolvere per prendere un 6, ma come un problema di logica immateriale da risolvere con la logica di cui si è dotati. Il vantaggio è che così è divertente (chi non si divertirebbe a risolvere un problema usando le sue forze contro quelle di un avversario?), lo svantaggio è che richiede più sforzo iniziale.
Capire una cosa SEMBRA più difficile rispetto a replicare meccanicamente un metodo. Perché bisogna metterci il cervello, mentre nel primo casa basta l'olio di gomito.

In realtà (ma parlo bene io, da dietro la cattedra) alla lunga è molto più semplice usare la propria testa, e lasciare il lavoro meccanico ai computer. Ed è anche l'unica rete di sicurezza contro gli errori, contro la noia, e il rigetto di una materia che sulle prime sembra ostica.

In realtà tutto ciò che non si capisce sembra difficile, finché non lo si capisce. E' un'ovvietà, ma tanta gente non fa mai un passo fuori dalla rassicurante balla "io non sono portato". Il meccanismo scolastico di promozione-bocciatura-debito-esame di riparazione incentiva drammaticamente la "modalità-computer". Tutti questi numeri, questo continuo essere valutati sufficienti e insufficienti, la differenza di mezzo punto che può fare la differenza fra la promozione e la bocciatura, creano un'ansia nei ragazzi che, di fatto, gli impedisce l'apprendimento!

Una dei miei scambi più costanti, in qualsiasi classe, è il seguente: scrivo sulla lavagna
3x + 2 = 8.
Poi chiedo: "cos'è questa cosa?"
Mi rispondono: "adesso bisogna portare il 2 dall'altra parte, poi dividere per 3, e la x è 2".
(procedimento e risultato esatti, ma questa risposta contiene almeno due errori, per il momento sorvoliamo)
Io replico: "Ok, ma non mi dite come si risolve, lo so che lo sapete. Ditemi piuttosto COSA E' questa cosa che ho scritto?"
Panico generalizzato. I ragazzi si guardano fra loro alla ricerca di reciproci suggerimenti. Li lascio fare, mi piace che si aiutino fra loro. Io incalzo: indico la cosa che ho scritto e di nuovo chiedo: "oh! Questa cosa? Cos'è??"
Al che qualcuno, sottovoce: "... un'equazione...?"
Bene! Abbiamo messo la premessa. Mi spertico in lodi: "Bravissimo, un'equazione". Mentre quello sorride compiaciuto, gli chiedo: "cos'è un'equazione?". E i suoi occhi ridiventano di ghiaccio.

E lì, la lezione comincia. Nessuno dei miei allievi mi ha mai risposto su cos'è un'equazione. Poi ce li porto io, con esempi, fino a che non glielo faccio capire. E' il mio lavoro e lo faccio con piacere.
Però mi domando: ma è mai possibile che un'intera classe sappia risolvere un'equazione ma non sappia un'equazione cosa sia??? Ma ho a che fare con dei cervelli pensanti o con degli automi?
Purtroppo, con degli automi. Perché nei compiti in classe, nelle interrogazioni, ti fanno risolvere una marea di equazioni, e vince il più sveglio e il più veloce. Nessuno ti dirà mai "fermati un attimo, spiegami cosa stai facendo, perché lo stai facendo". E questo è un peccato, perché (come dicevo all'inizio) le cose che si imparano al liceo hanno un grandissimo valore, ma così facendo, rimarrà per sempre sepolto.

Poi è normale che ti vengano a chiedere: ma la matematica a cosa mi servirà mai? La mia risposta è "se l'avrai studiata bene, ti avrà insegnato a pensare, anche se non te ne renderai conto immediatamente".
E comunque non è il metodo utilitaristico con cui si devono giudicare le cose che si imparano a scuola. Pensi che la matematica non serva? Perché, allora a cosa serve la poesia? E la storia? Niente serve a niente, in realtà, ma tutto costituisce la tua cultura. E, posto che hai il piatto a tavola, la tua cultura è quello che sei.

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