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12 aprile 2010

Questione di identità

Quando un allievo viene da me la prima volta, generalmente lo fa perché deve recuperare un'insufficienza. Ugualmente, gli studenti che ho in classe sono quelli a cui è stato assegnato il corso di recupero, quindi presentano un'insufficienza nel loro voto finale in matematica.

Le insufficienze possono presentarsi per molti motivi: lacune pregresse, poco studio, problemi generalizzati a tutta la scuola, o addirittura alla famiglia, incomprensioni col professore, impuntature contro la materia o contro la propria capacità di capirla.
Io stesso ho preso molte ripetizioni, anche di matematica. Al liceo, per aver cambiato scuola in terzo: nella scuola nuova erano più d'un anno avanti a dove ero arrivato io, e mi sono dovuto precipitare a riempire le lacune di geometria analitica e trigonometria. All'Università, perché molte materie mi erano decisamente ostiche, e avevo bisogno che me le spiegassero con calma perché io le potessi capire.
Credo che sia stato proprio il mio aver fatto l'allievo così tanto (già prima delle elementari anni mia madre mi aveva insegnato a leggere e scrivere, e da allora uno dei miei più grandi piaceri è stato imparare, capire cose nuove) a rendermi, oggi, un professore decente.

Nella mia testa, un allievo dovrebbe venire da me il tempo strettamente necessario per recuperare lo "svantaggio", poi rendersi indipendente e andare da solo. Di solito questo accade, ma dopo un iter molto difficoltoso, di cui mi chiedevo/chiedo, forse un po' ingenuamente, il perché.
L'iter è il seguente: l'allievo arriva con l'insufficienza e tanta voglia di recuperarla. Allora ci mettiamo a lavorare, facciamo tanti esercizi, l'energia è alta. Dopo relativamente poco tempo, l'allievo recupera l'insufficienza. A volte la recupera perfino ampiamente. Euforia. Si pensa che i problemi siano finiti, invece sono appena cominciati.
Perché, il più delle volte, dopo l'exploit iniziale, l'allievo tende a tornare al suo livello precedente.

Questo accade per una serie di motivi contingenti: senso di appagamento, distrazione (non potete immaginare di QUANTO aumentino, in questa fase, gli errori di segno, di calcolo, perfino di copiatura!), panico da interrogazione/compito in classe, sfortuna, oppure fenomeni letteralmente inspiegabili.
In realtà, credo che il motivo VERO che sta alla base di questo ritorno all'insufficienza sia sempre lo stesso: è questione di identità.

Uno dei modi di definire l'identità è il sistema di credenze che si hanno su sé stessi. Dunque se un ragazzo SI VEDE come uno "da insufficienza", farà di tutto per essere in linea con la sua identità. Il bel voto, il recupero iniziale, sono cose belle, ma sono al di fuori della sua concezione di sé, ed è per questo che arriva lì, ma non ci rimane.
Non si spiegano altrimenti certi abitueé del corso di recupero: ragazzi che se li sono fatti tutti (tutti con me, peraltro), dal primo del primo liceo, fino all'ultimo del secondo. Sono persone che (ormai le conosco) la materia l'hanno capita, gli esercizi li sanno fare, basterebbe così poco perché invece di oscillare fra il 5 e il 6, oscillassero fra il 7 e l'8.

E invece no: se tu ti vedi come uno "da corso di recupero", o "da 5", o "non portato", o affini, potrai anche sapere tutto lo scibile sulla materia, ma al momento di fare un calcolo elementare, scriverai "+" invece di "-".
E' questo che rende il mio lavoro, a tratti, piuttosto frustrante: avere di fronte ragazzi che sanno tutto, averli aiutati ad avere una preparazione coi fiocchi, ma che non riescono a "esplodere".

Quindi c'è bisogno che il ragazzo torni nel sottobosco dell'insufficienza anonima, dei compiti sbagliati per un nonnulla, prima che, con estrema lentezza, il ragazzo risalga alla sufficienza e oltre. Ovvero: per rimanere stabilmente "in alto", una persona si deve vedere come uno che sta in alto. Deve cambiare la propria identità, e per fare questo ci vuole tempo, fatica e pazienza, che esulano del tutto dall'insegnamento della matematica.
In questo periodo sto lavorando con una ragazza che è l'esempio di come si dovrebbe percepire sé stessi riguardo allo studio. Ha avuto difficoltà all'inizio dell'anno, di cui lei stessa non si capacitava. Lei ha l'identità di una brava, le insufficienze iniziali l'hanno fatta precipitare nello sconforto, ma non ha modificato l'idea di sé stessa come una brava. Ha recuperato molto velocemente, adesso marcia come un treno, presto non avrà più bisogno di me, il che significa che abbiamo lavorato bene.

Ma non tutti gli allievi hanno la stessa fortuna: ci sono lezioni in cui sarebbe più utile solo parlare con l'allievo di turno. Poi non si può fare, ci sono i compiti, le scadenze, ma ci sono volte che parlare di cose tecniche è perfino controproducente.
Bisognerebbe parlare di tutt'altro, delle altre materie, dei professori, dei compagni di classe, capire con chi è giusto confrontarsi, smantellare una serie di luoghi comuni distruttivi, eccetera.

E i genitori, sempre persone attentissime e disposte a tutto pur di aiutare i figli, tendono quasi sempre a sopravvalutare la questione tecnica (la materia: una volta colmata la lacuna o spiegato l'argomento, il mio lavoro di insegnante di matematica è FINITO), e a sottovalutare la questione "umana". Si pensa che basti acquisire le nozioni che non si hanno, e tutto si risolverà. Questo è quantomeno riduttivo.

Occorre che il ragazzo inizi a pensare di sé delle cose diverse. Che non è facile, visto che la scuola non fa che bollarti, giudicarti, e i giudizi che riguardano la materia, spesso vengono formulati come se riguardassero la persona.
Per esempio: "l'elemento è insufficiente etc etc". Primo, non è un elemento, ma un ragazzo o una ragazza, che avrebbe un bisogno disperato di essere incoraggiato/a. Secondo, non "è insufficiente". Semmai "non ha ancora preso 6".

Una delle mie frasi più ricorrenti, e sono onesto mentre la dico, è "vedi che lo sai fare?"

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