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21 aprile 2010

Undici anni

Scartabellando nel mio archivio, ho trovato questa cosa che ho scritto due anni fa.
La posto.

Nell'estate del 1997, mio nonno poteva ancora andare al mare e fare il bagno. Eravamo in spiaggia, solo io e lui, per una nuotata pomeridiana. Stavamo in vacanza a Sabaudia, e io avevo sedici anni.
Quando il pomeriggio stava per finire, io e mio nonno ci stavamo rivestendo per tornare a casa a cena. Il sole stava già tramontando, e ricordo la sensazione sgradevole della maglietta sulla pelle secca e salata. Era l'estate di passaggio tra il penultimo e l’ultimo anno di liceo, che frequentavo a Bruxelles. Avevo appena scoperto la filosofia, e un professore che me l'aveva fatta amare.

Mio nonno mi chiese, a bruciapelo:
“Ma a te cosa piace fare nella vita?”
“Tante cose, nonno... non lo so, perché?”
“Ma no, capiscimi. Ci stanno quelli che osservano il cielo col telescopio e sognano di studiare le stelle, quelli che sanno tutto sui motori e sognano di fare i piloti di Formula 1... ma te che sogni?”
Era la prima volta che ci pensavo. Ho dovuto mettere insieme parole che non avevo mai avuto in bocca contemporaneamente. Può sembrare un paradosso, ma in sedici anni non ricordo una sola volta in cui abbia pensato a cosa IO volessi fare. Ero talmente concentrato su cosa gli altri si aspettavano che facessi, che neanche sapevo che quella verità potesse essere messa in discussione, e anche se l'avessi immaginato, non avrei saputo come farlo. Pertanto, la risposta mi uscì brutta e accartocciata.
“A me piacerebbe studiare. Filosofeggiare... e poi trasmettere i miei insegnamenti a chi vuole impararli”
(a scuola avevamo fatto i filosofi greci.)
Mio nonno borbottò fra sé qualche frase, che sicuramente cominciava con ma, si finì di vestire, e cambiò argomento.
 
Un anno dopo finii il liceo, con dieci a italiano e nove a filosofia, e mi iscrissi a Scienze Statistiche a Roma. Dopo sei anni di supplizio mi laureai col massimo dei voti. Mi ero dimenticato di quella conversazione con mio nonno.
 
Scrivendo la tesi di laurea in India, ho capito che volevo fare lo scrittore. Tre giorni dopo la cerimonia per la mia laurea, andai alla Scuola Holden di Torino per vedere se avevo della stoffa. Non più d'un mese dopo, presi il coraggio a quattro mani e decisi di lasciare perdere la statistica, e vivere due anni a Torino e fare il Master in tecniche della narrazione.
Adesso non mi ricordo più come si fa una media geometrica, ma ho scritto tanto. Con risultati e umori alterni, ma con la consapevolezza che l’unica cosa che volevo fare nella vita era raccontare.
 
E di quello scambio di battute con mio nonno mi torna in mente solo adesso. Quella risposta, che mi sembrava vaga e inutile, era già l’unica verità possibile. Undici anni prima.
Io già lo sapevo. Non avevo pensato alla scrittura, ma già c’ero. Per tornare allo stesso punto mi ci sono voluti undici anni di giri a vuoto. Di tentativi, di statistiche, di viaggi in altri continenti.
Forse tutti questa frustrazione non era necessaria. Sarebbe bastato crederci anche pochissimo di più in quel momento, e me la sarei potuta evitare.
 
Per tornare al punto di partenza ho faticato tanto, ma ci sono tornato da uomo. E’ per questo che quando ho deciso di scrivere, buttando a mare sei anni di studi, sentivo che stavo facendo la cosa giusta. Ci voleva coraggio, ma quel giorno ero Cuordileone, e il coraggio non mi mancava. Pensavo che, una volta scelto, avrei avuto la strada in discesa, perché chi segue il proprio cuore ha vinto per definizione.
Ma non è stato così. Ho scoperto che lo stesso coraggio che mi è servito il giorno della decisione, mi sarebbe servito per ogni giorno successivo.
 
Non dovevo cambiare solo una professione; dovevo cambiare un modo di stare al mondo.
Che è molto più difficile di quanto si senta raccontare in giro.

(Col senno di due anni dopo, la laurea e i miei studi scientifici non li ho buttati a mare: ci insegno matematica tutti i giorni. Che fra tutte le cose che si possono fare con una laurea in statistica, sicuramente è la migliore.)

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