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12 maggio 2010

La sensibilità sociale di Topolino nel '68

Quando ero piccolo, amavo Topolino come quasi tutti i bambini.
Qualche volta mamma me lo comprava, fino a che decisi di farmi l'abbonamento. Feci un patto con la mia famiglia (mamma, i nonni, mio zio, credo perfino la mia bisnonna, ma ero davvero piccolo e molti ricordi sono confusi) che avrei intensificato i lavoretti che facevo in casa, e sarei stato retribuito.
Erano gli anni '80, e se non vado errato era addirittura prima del 1986, anno in cui ho iniziato le elementari. Forse già leggevo? O guardavo solo le figure? Non ricordo bene. Fatto sta che volevo l'abbonamento a Topolino, e mi misi a lavorare sodo.
Apparecchiavo e mi davano mille lire, sparecchiavo e ne beccavo altre mille, aiutavo in casa e guadagnavo qualche spicciolo, cose così. Ero felcissimo quando mi davano gli spiccioli perché pesavano, e nella mia mano una moneta da 100 lire sembrava gigantesca.
Raccoglievo tutti queste monetine dentro un portamonete con l'apertura a click che un tempo doveva essere stato di mia nonna. E più aumentavano, più sentivo che pesava, più ero contento.

Non vi dico il dramma quando, una mattina, scoprii che il portamonete era diventato leggerissimo. Invece delle mie preziose monete, conteneva solo dei fogli di carta. Corsi da mamma terrorizzato, e lei mi disse che quelle erano banconote, e che anche se pesavano meno delle monete, valevano di più, quindi chiunque fosse stato ad operare questo cambio, mi aveva fatto un favore.
Non credo sapessi contare, perché era mamma che di volta in volta mi diceva quanto avevo messo da parte, quindi non sapevo se il cambio monete-banconote fosse stato esatto, oppure se un anonimo benefattore mi avesse anche aggiunto del valore.
Fatto sta che, un bel giorno, mamma mi annunciò che avevo finito: avevo raccolto la somma che mi serviva. Un po' anche mi dispiaceva, perché mi divertivo a mettere da parte i soldi.
Qualche tempo dopo, un lasso che non saprei precisare, iniziò ad arrivarmi Topolino a casa tutte le settimane.

Quando diventai un po' più grande, siamo all'inizio degli anni '90, un amico fraterno di mia madre mi regalò una enorme collezione di Topolino di quando era piccolo lui: copie che vanno dal 1967 al 1970.
A differenza dei Topolino che compravo in edicola allora (l'abbonamento l'avevo lasciato perdere subito), i Topolino degli anni '60 avevano le pagine di carta, erano rilegati in modo più artigianale, e avevano quell'odore di umido che si sente a volte nelle cantine.
Me li divorai.
Recentemente, sistemando l'ordine dei libri, ho rispolverato questi vecchi Topolino (curiosissimo che questi ce l'ho ancora tutti, mentre di quelli che mi arrivavano grazie al MIO abbonamento d'infanzia non me ne è rimasto quasi nessuno), li ho degnati di un posto di primo piano sulla libreria, e piano piano li sto rileggendo.

E' pazzesco come sia cambiato TUTTO. L'arte riflette in qualche modo la società, e Topolino può essere considerato a tutti gli effetti una forma d'arte. E un Topolino del 1967 non è neanche lontano parente di un Topolino del 2010.
Un giorno mi dedicherò a raccontarvi tutte le differenze (nelle storie, nella pubblicità, nei personaggi, NEL LINGUAGGIO, nelle illustrazioni, negli inserti), oggi invece vi faccio notare una cosa che mi ha molto colpito.

Il Topolino in questione è questo: numero 639 (oggi, per intenderci, siamo al numero 2842) 25 febbraio 1968, lire 150.
A pagina 43 c'è una storia: "Zio Paperone e la caccia al plantigrado". Il plantigrado nella fattispecie è un orso polare. C'è Zio Paperone che deve mettere un tappeto nel suo salone, e decide di mettere una pelle d'orso. Allora arruola Paperino, gli fa scegliere un fucile, vanno nell'artico, e si mettono fisicamente a sparare agli orsi polari.
Alcune battute di dialogo: "scegliti una carabina e seguimi!", "và a prendere le carabine! E' solo un cucciolo!", "Spara, Paperino! E' solo un cucciolo, ma per il mio carattere è troppo grosso!".
Ero allibito. Alla fine della storia i due paperi non riescono ad uccidere gli orsi, nonostante gli abbiano sparato addosso, ma il lieto fine è rappresentato dagli orsi che finiscono allo zoo di Paperopoli.

E non è finita. A pagina 148 c'è la storia "Paperino e i cappelli celebri". In cambio del suo cappello, Paperone chiede a Paperino di lavorare per lui. Il lavoro? Disboscare cento ettari di foresta (che vediamo bellissima e rigogliosa). E Paperino lo fa! Si vede che taglia gli alberi con l'accetta, che appicca un semi-incendio per bruciare i rami, che piazza candelotti di dinamite nei ceppi per togliere anche le radici, e la fa esplodere. L'illustrazione finale è il terreno interamente disboscato.

Ve le immaginate storie del genere oggi? Storie in cui si spara addosso a orsi polari e si disboscano foreste? Chiaramente oggi abbiamo una sensibilità diversa, e certe cose per fortuna sono tabù.
Non penso che Topolino abbia formato una generazione di eco-mostri, ma trovo incredibile come, fino a relativamente poco tempo fa, certe tematiche neanche si ponessero, e quante cose si davano per scontate! Sicuramente oggi paghiamo il prezzo di tanta ignoranza delle generazioni passate.


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permalink | inviato da Pierpaolo Buzza il 12/5/2010 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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