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Diario
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25 giugno 2010

Mi dispiace soprattutto per Federico

... la giornata di ieri ha dimostrato svariate cose. La prima, che in vacanza mi annoio e non so che fare. Mi sono ripromesso di andare a fare un bagno al lago di Bracciano. Sono partito alle 8. Alle 9:30 ero ancora sul Raccordo. E sentivo che c'era qualcosa di profondamente sbagliato.
Ma davvero c'è gente che fa quella strada tutte le mattine per andare a lavorare? Non sono dunque creature mitologiche, esistono davvero! Ma è terribile! Queste persone andrebbero inserite in un programma di recupero psicologico di prevenzione di stragi, e dovrebbero avere a disposizione un esercito di maggiordomi quando tornano a casa!

Poi a Bracciano ci sono arrivato, in un quarto del tempo che mi ci è voluto per uscire da Roma. L'acqua del lago era fredda, c'era vento, non c'era nessuno in giro, e c'erano due pesci che galleggiavano a pancia in su vicino alla riva. Sono stato tentato dal desistere. Non c'era neanche una boa a cui tendere, un posto verso il quale nuotare. O meglio, una boa c'era, ma era lontanissima. La cornice, bellissima, giusto sotto al castello di Bracciano, con la facciata quasi totalmente rampicata d'edera.
Anche con l'acqua alle ginocchia, mi sentivo come quando ero nel traffico. Che non dovessi stare lì. Solo che non sapevo nemmeno dove avrei dovuto stare. Quindi tantovaleva stare lì, e tenersi il senso di "fuori posto".
Mi sono tuffato, e ho iniziato a nuotare.

Mi piace il rumore ritmico, ipnotico, che fanno le bracciate e il respiro quando nuoto. Ben presto mi sono trovato a metà strada fra la riva e la boa lontanissima. Ho continuato. Dopo un po' (un minuto? Cinque, dieci, venti? Boh) ci sono arrivato.
Ero quasi al centro del lago, aggrappato alla boa, e mi guardavo intorno. Era il momento perfetto in cui il protagonista di un film si rilassa, chiude gli occhi, sente il silenzio, e si riconcilia col mondo e con sé stesso.
Io invece no. Non riuscivo a trovare una posizione comoda per riposarmi sulla boa, era troppo grande per appoggiarmici, potevo al massimo tenermi, ma era faticoso. Mentre mi tenevo e mi guardavo intorno, come il protagonista del film di cui sopra, pensavo che tutta quella bellezza e quel silenzio fossero sprecati, regalati a me.
Continuavo a pensare a tutto quello che non ho fatto, a tutto quello che avrei potuto fare meglio, alle occasioni perse per un pelo, alle frasi perfette che mi sono venute in mente con mezz'ora di ritardo, e, come sempre, ho iniziato a pronunciarle lì, quelle frasi, a fare quelle cose, come se avessi avuto gente intorno, come se tutta la mia vita si fosse condensata lì, in quella boa in mezzo al lago. Ma questo non faceva che peggiorare le cose.
Cambiare il passato è impossibile, ma anche accettarlo non è uno scherzo.

Fra me e la riva hanno iniziato a passare gommoni e barche a vela. Forse era meglio togliersi di mezzo. Ho aspettato un momento in cui la strada fosse libera, e mi sono rimesso a nuotare. Ho fatto una scommessa con me stesso, che sarei riuscito a fare tutta la strada di seguito senza fermarmi. Non sorprendetemente, l'ho persa a venti metri dal traguardo.

In macchina verso Bracciano città, ero in compagnia di due ragazzine che mi avevano chiesto un passaggio (la salita dal lago alla città è terribile), e mi girava la testa. Non ho quasi rivolto loro la parola, avranno pensato che ero drogato. Dopo averle fatte scendere, mi sono dovuto fermare al bar in piazza per prendere una Coca-cola, che svenire sulla Braccianese non è la cosa più indicata, se vuoi stare a casa per pranzo.

Alla fine la partita dell'Italia l'ho guardata. Oh mio dio. Mi dispiace soprattutto per Federico Marchetti, il nostro portiere, di cui vi ho già parlato. Però una cosa positiva c'è: abbiamo fatto talmente schifo che non si è parlato degli arbitraggi. Una tendenza tipicamente italiota è quella di dare la colpa all'arbitro, agli avversari, alla sfortuna, mai a sé stessi.
Perché, volendola dire tutta, la Slovacchia ha segnato su un corner inesistente, non ci hanno convalidato un gol che forse c'era, ci hanno annullato un gol in fuorigioco che c'era, ok, ma la Nuova Zelanda ci ha segnato in fuorigioco e a loro l'hanno convalidato.
Sono contento di non aver sentito queste cose, mi avrebbero solo fatto incazzare di più. Quando giochi male, non puoi prendertela con nessuno. La prossima volta pensa a giocare meglio, poi ne riparliamo.
E poi il calcio è una metafora della vita (come tutto): è giusto.

La mia "vacanza" è proseguita con la ri-lettura di "e se covano i lupi" di Paola Mastrocola, la ri-ri-ri-ri-ri-ri-visione di non so quante puntate dei Simpson, venti minuti de "la leggenda del re pescatore" (di Gilliam), che mi hanno fatto addormentare. Erano appena passate le 22.
Niente da fare, non sono tagliato per la vacanza. Alterno momenti di angoscia isterica a momenti in cui sono un'ameba. Molto meglio lavorare.

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