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Diario
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4 agosto 2010

Siamo una Repubblica parlamentare: sfatiamo un paio di luoghi comuni

In questi giorni di terremoto politico sento dire tante castronerie istituzionali, che ormai sono ripetute talmente tanto spesso che sono diventate vere per l'opinione pubblica.
Iniziamo a sfatare le prime due che mi vengono in mente:

1) i berluscones che dicono che "il popolo ha eletto Berlusconi".
2) Berlusconi che dice "se cado, si va a votare".

Sembrano verità ovvie e incontrovertibili, ma solo perché le abbiamo sentite troppe volte e ci siamo abituati a frasi come queste. In realtà sono entrambe false, per il semplice motivo che

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE.

Cominciamo dal punto 1, "il popolo ha eletto Berlusconi". Falso.
La cosa funziona così: il popolo elegge il Parlamento, che viene a comporsi di nostri rappresentanti (e non dipendenti come dice Grillo).
Successivamente, il Presidente della Repubblica sceglie una persona di sua fiducia e gli dà l'incarico di formare il Governo. La persona (per prassi scelta dalla maggioranza che ha vinto le elezioni, ma non necessariamente) forma il Governo (i Ministri), e sottopone questo Governo alla fiducia del Parlamento (quindi, per rappresentanza, dei cittadini). Se la ottiene, il Governo si insedia e inizia a lavorare.

Quindi il popolo non ha eletto Berlusconi, ha eletto un Parlamento. Il fatto che la vita politica, e la campagna elettorale, siano per prassi iper-personalizzate non vuol dire che la Costituzione non valga più. In una Repubblica Parlamentare il Parlamento è sovrano, non Berlusconi.
Ormai si parla e si ragiona come se fossimo in una Repubblica Presidenziale, come in Francia, ma non è così. Sostenerlo è da ignoranti, o da demagoghi, in entrambi i casi è falso.

E arriviamo al punto 2, Berlusconi che dice che "se cado, si va a votare". In quale parte della Costituzione c'è scritto che il capo dell'esecutivo decide i tempi e i modi della vita parlamentare? Fortunatamente, da nessuna parte, altrimenti vorrebbe dire che il potere legislativo è sottoposto all'esecutivo, che sarebbe un (ulteriore) passo verso la dittatura.
L'unico che può scogliere le Camere e decidere per le elezioni è il Presidente della Repubblica. Il Presidente del Consiglio non ha alcuna autorità in materia. Nel momento in cui un Governo non abbia più la fiducia del Parlamento, le elezioni anticipate non sono l'unica strada possibile.

Il Presidente della Repubblica potrebbe affidare allo stesso Presidente del Consiglio l'incarico di formare un nuovo Governo, e vedere se questo gode della fiducia del Parlamento. Oppure potrebbe nominare un nuovo Presidente del Governo e ripetere l'iter. Questo potrebbe essere scelto dalla politica o dalla società (il "governo tecnico"). Oppure può decidere, e lui solo può farlo, di sciogliere le Camere e di tornare alle elezioni.

L'unico caso in cui il Presidente della Repubblica può essere "forzato" a sciogliere le Camere è se il Parlamento è pregiudizialmente ostile a qualsiasi altra opzione, e non vota la fiducia a nessun Governo. Questo però sarebbe un atto istituzionalmente eversivo, perché vorrebbe dire che la maggioranza parlamentare prende ordini da qualcuno.
Se poi questo "qualcuno" è il Presidente del Consiglio, abbiamo il potere legislativo sottoposto all'esecutivo, il che, dicevo prima, è un passo verso la dittatura. Vorrebbe dire che il Governo può disporre a suo piacimento delle istituzioni di controllo.
Ma anche se fosse qualcun altro, comunque i parlamentari non starebbero più rappresentando i cittadini ma qualcun altro, il che comunque annulla il ruolo del Parlamento, che in una Repubblica Parlamentare è una cosa gravissima.

Quindi, ogni volta che Berlusconi "minaccia" le elezioni, sta compiendo un atto eversivo. Ogni volta il sottotesto è che lui (che di per sé non ha il potere per sciogliere le Camere) tiene sotto ricatto il Capo dello Stato e/o il Parlamento intero.

Ma nessuno se ne accorge. Ormai siamo abituati a ben peggio che a dichiarazioni eversive. Quando finirà il berlusconismo, e Berlusconi non ci sarà più, ci vorranno degli anni per riprenderci quella cultura istituzionale che ci apparteneva.

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