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21 settembre 2010

Il seme della follia

Rovistando nel mio archivio, ho trovato questa storia-riflessione (chiamarlo racconto mi sembra eccessivo) che ho scritto un paio d'anni fa, quando molte cose erano diverse.
Non avevo un blog, quindi scrivevo le mie cose su word e le mettevo nel cassetto. Lavoravo al bar per 6,5 euro l'ora. Mia nonna era ancora viva, e non c'era neppure il sentore che di lì a non molto la situazione sarebbe precipitata.
L'ho trovato, e ve lo riporto senza modificarlo, come testimonianza di come vivevo e quello che pensavo in un periodo che mi sembra lontanissimo, ma se ci penso, è l'altroieri.


Quando suona la sveglia, sono le 6:55. E' un bip reiterato e fastidioso.
E' la sveglia del cellulare, che ho ricontrollato almeno cinque volte la sera prima. Apro il Nokia, che smette di suonare, ma mi chiede se vuole che la sveglia si disattivi o si zittisca solo temporaneamente. La zittisco temporaneamente, poggio il cellulare sul comodino, e aspetto.
Alle 7:00, suona l'altra sveglia, quella in soggiorno. E col sottofondo di questo bip, reiterato e più fastidioso di quello del cellulare, mi metto a sedere sul letto, indosso i calzini, prendo il cellulare, vado in soggiorno, poggio il cellulare sul tavolo, e metto a tacere anche la seconda sveglia. Sono già le 7:04.
Scosto le tende che danno sul mio terrazzo, per controllare che tipo di giorno è, e come stanno le mie piante. Ma non faccio a tempo, perché alle 7:05 risuona la sveglia del cellulare. Stavolta la disattivo.
Il terrazzo affaccia a ovest, è bello anche se il sole non è ancora sorto.
Prendo il cellulare, un Topolino qualsiasi del 1967, e li porto entrambi in bagno. Il cellulare lo poggio sulla lavatrice, lo controllerò ogni due-tre minuti. Il Topolino lo leggo, ma solo le storie di paperi.
Ore 7:25, sono lavato e vestito. Esco, chiudo la porta dietro di me, faccio due passi sul pianerottolo. Poi torno indietro, apro la porta, rientro in casa, corro in cucina e controllo se il frigorifero è chiuso. Lo è. Riesco, richiudo la porta, ascensore, e alle 7:30 sono al bar.
Il tempo di indossare il grembiule, e alle 7:31 sto già preparando il primo caffè.

Alle 10:30 stacco, e la maglietta è impregnata di odore di caffè, tanto che la devo per forza cambiare. Ormai quella maglietta la posso usare al massimo in giorno dopo al bar, poi va lavata.
Nel frattempo, nel bar sono entrate ogni genere di persone. Io voglio bene quasi a tutte. Anche quelli che mi avanzano delle richieste insopportabili. Basta che lo facciano con cortesia. Penso che se la colazione è il momento più importante della giornata, ognuno ha il diritto a farsela piacere.
Nel bar è entrato anche mio nonno, per una comunicazione urgente: è arrivata la lettera della banca con l'estratto conto. Nonno me l’ha passata al di là del banco. Gli ho chiesto se voleva offerto un caffè o un cappuccino,  mi ha riposto no grazie. Devo scappare che c'è nonna che aspetta in macchina.
Nonna aspetta sempre in macchina. Nel mio bar non c'è mai più voluta entrare, da quando ci lavoro. E’ disdicevole che io faccia il barista. Le prime volte non ci facevo caso, mi relazionavo alla questione come facevo con una lamentela per un cappuccino “troppo caldo” o “troppo schiumoso”. Con superiorità, mi scuso e lo rifaccio.
Via via, però, il boicottaggio silenzioso di mia nonna aveva cominciato ad infastidirmi. Va bene non uscire di casa per venirmi a trovare, ma aspettare nella macchina, col motore acceso mentre nonno è dentro, è troppo. E' una scena che mi aspetterei di vedere davanti a una banca durante una rapina.

Sono troppi giorni di fila che vivo aspettando le 10:30, e troppe settimane che vivo aspettando le 10:30 di venerdi. Non che dopo le 10:30 abbia cose urgenti da fare. Il più delle volte me ne sto a bivaccare del più e del meno.
Ogni mattina, mentre scendo le scale, penso al giorno della settimana che è e, indipendentemente dalla risposta, sono contento perché o il weekend passato è passato da poco, o (meglio) il prossimo sta per arrivare. Per non parlare del giubilo se la scuola accanto al bar è chiusa: allora il lavoro è pochissimo, e io sono ancora più felice.

Lavorando dietro a un bancone, sono diventato un esperto di discorsi da bar. Credo che i discorsi da bar siano peggio dei discorsi da ascensore, e forse perfino di quelli da pianerottolo. Perché l’elemento caratterizzante del discorso da bar è “me sò rotto er cazzo”. Tutti quello che vengono a prendere il caffè da me -avvocati, barbieri, segretarie, operai, professoresse, mamme, quello che porta il latte- sono indistintamente accumulati dall’essersi rotti il cazzo. Non ce la fanno più a fare qualsiasi cosa facciano. Anche gente insospettabile, che fa lavori ben pagati con cui potrebbe fare quello che gli pare nel tempo libero. O non ne hanno molto, di tempo libero, oppure l’essersi rotti il cazzo è una condizione cronicizzata. E le chiacchiere vertono tutte attorno alla noia, alla stanchezza, all’insostenibilità della loro vita.
Tipicamente, tutte le conversazioni seguono lo stesso iter:
1) la politica (Berlusconi Veltroni ahò ma de che)
2) ‘a Roma (romanista de qua lazziale de là)
3) me so’ rotto er cazzo.

E io lo capisco, lo vedo nascere. Trovi un lavoro, sei gratificato del fatto che coi soldi che guadagni puoi fare delle cose che non potevi, e smetti di porti domande. Il seme della follia, quello che ti fa pensare con realismo cose insensate, ti abbandona. Scivoli nell’ingranaggio. Ed è facilissimo, è la strada di minor resistenza. Allora inizi a vivere guardando l’orologio e dopo un po’, senza che te ne sia reso conto, ti trovi a parlare del Grande Fratello. E ad esserti rotto il cazzo. A pensare di aver sbagliato tutto, ma che sia troppo tardi per cambiare.
Allora diventa normale che
l’unica cosa che desideri è vincere alla lotteria. Avere dei soldi o della notorietà regalati, per provare l’ebbrezza di essere qualcun altro per un po’.

Io molta paura di finire cosí. Io vivo di quello che racconto. E quello che racconto vive di tutto ciò che mi colpisce e riesco a rielaborare. Ma se l’ingranaggio mi prende, non avrò più niente per cui commuovermi o indignarmi, a parte un inaspettato sciopero del corpo docente che possa trasformare in ferie pagate un giorno altrimenti lavorativo.
C’è stato un periodo, mentre iniziavo a lavorare al bar sapendo benissimo che per me questa rappresentava una sconfitta, in cui pensavo che anche i miei sogni erano affogati in cappuccino troppo schiumoso.

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