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26 gennaio 2011

Indice dei migliori post - INSEGNAMENTO / SCUOLA

Fine anno

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Lacedonia - corso di scrittura creativa e spettacolo finale
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Questione di identità

"A cosa mi servirà mai?"

"Scuola numero 249"

Problemi strutturali del sistema scolastico, non solo italiano

12 aprile 2010

Questione di identità

Quando un allievo viene da me la prima volta, generalmente lo fa perché deve recuperare un'insufficienza. Ugualmente, gli studenti che ho in classe sono quelli a cui è stato assegnato il corso di recupero, quindi presentano un'insufficienza nel loro voto finale in matematica.

Le insufficienze possono presentarsi per molti motivi: lacune pregresse, poco studio, problemi generalizzati a tutta la scuola, o addirittura alla famiglia, incomprensioni col professore, impuntature contro la materia o contro la propria capacità di capirla.
Io stesso ho preso molte ripetizioni, anche di matematica. Al liceo, per aver cambiato scuola in terzo: nella scuola nuova erano più d'un anno avanti a dove ero arrivato io, e mi sono dovuto precipitare a riempire le lacune di geometria analitica e trigonometria. All'Università, perché molte materie mi erano decisamente ostiche, e avevo bisogno che me le spiegassero con calma perché io le potessi capire.
Credo che sia stato proprio il mio aver fatto l'allievo così tanto (già prima delle elementari anni mia madre mi aveva insegnato a leggere e scrivere, e da allora uno dei miei più grandi piaceri è stato imparare, capire cose nuove) a rendermi, oggi, un professore decente.

Nella mia testa, un allievo dovrebbe venire da me il tempo strettamente necessario per recuperare lo "svantaggio", poi rendersi indipendente e andare da solo. Di solito questo accade, ma dopo un iter molto difficoltoso, di cui mi chiedevo/chiedo, forse un po' ingenuamente, il perché.
L'iter è il seguente: l'allievo arriva con l'insufficienza e tanta voglia di recuperarla. Allora ci mettiamo a lavorare, facciamo tanti esercizi, l'energia è alta. Dopo relativamente poco tempo, l'allievo recupera l'insufficienza. A volte la recupera perfino ampiamente. Euforia. Si pensa che i problemi siano finiti, invece sono appena cominciati.
Perché, il più delle volte, dopo l'exploit iniziale, l'allievo tende a tornare al suo livello precedente.

Questo accade per una serie di motivi contingenti: senso di appagamento, distrazione (non potete immaginare di QUANTO aumentino, in questa fase, gli errori di segno, di calcolo, perfino di copiatura!), panico da interrogazione/compito in classe, sfortuna, oppure fenomeni letteralmente inspiegabili.
In realtà, credo che il motivo VERO che sta alla base di questo ritorno all'insufficienza sia sempre lo stesso: è questione di identità.

Uno dei modi di definire l'identità è il sistema di credenze che si hanno su sé stessi. Dunque se un ragazzo SI VEDE come uno "da insufficienza", farà di tutto per essere in linea con la sua identità. Il bel voto, il recupero iniziale, sono cose belle, ma sono al di fuori della sua concezione di sé, ed è per questo che arriva lì, ma non ci rimane.
Non si spiegano altrimenti certi abitueé del corso di recupero: ragazzi che se li sono fatti tutti (tutti con me, peraltro), dal primo del primo liceo, fino all'ultimo del secondo. Sono persone che (ormai le conosco) la materia l'hanno capita, gli esercizi li sanno fare, basterebbe così poco perché invece di oscillare fra il 5 e il 6, oscillassero fra il 7 e l'8.

E invece no: se tu ti vedi come uno "da corso di recupero", o "da 5", o "non portato", o affini, potrai anche sapere tutto lo scibile sulla materia, ma al momento di fare un calcolo elementare, scriverai "+" invece di "-".
E' questo che rende il mio lavoro, a tratti, piuttosto frustrante: avere di fronte ragazzi che sanno tutto, averli aiutati ad avere una preparazione coi fiocchi, ma che non riescono a "esplodere".

Quindi c'è bisogno che il ragazzo torni nel sottobosco dell'insufficienza anonima, dei compiti sbagliati per un nonnulla, prima che, con estrema lentezza, il ragazzo risalga alla sufficienza e oltre. Ovvero: per rimanere stabilmente "in alto", una persona si deve vedere come uno che sta in alto. Deve cambiare la propria identità, e per fare questo ci vuole tempo, fatica e pazienza, che esulano del tutto dall'insegnamento della matematica.
In questo periodo sto lavorando con una ragazza che è l'esempio di come si dovrebbe percepire sé stessi riguardo allo studio. Ha avuto difficoltà all'inizio dell'anno, di cui lei stessa non si capacitava. Lei ha l'identità di una brava, le insufficienze iniziali l'hanno fatta precipitare nello sconforto, ma non ha modificato l'idea di sé stessa come una brava. Ha recuperato molto velocemente, adesso marcia come un treno, presto non avrà più bisogno di me, il che significa che abbiamo lavorato bene.

Ma non tutti gli allievi hanno la stessa fortuna: ci sono lezioni in cui sarebbe più utile solo parlare con l'allievo di turno. Poi non si può fare, ci sono i compiti, le scadenze, ma ci sono volte che parlare di cose tecniche è perfino controproducente.
Bisognerebbe parlare di tutt'altro, delle altre materie, dei professori, dei compagni di classe, capire con chi è giusto confrontarsi, smantellare una serie di luoghi comuni distruttivi, eccetera.

E i genitori, sempre persone attentissime e disposte a tutto pur di aiutare i figli, tendono quasi sempre a sopravvalutare la questione tecnica (la materia: una volta colmata la lacuna o spiegato l'argomento, il mio lavoro di insegnante di matematica è FINITO), e a sottovalutare la questione "umana". Si pensa che basti acquisire le nozioni che non si hanno, e tutto si risolverà. Questo è quantomeno riduttivo.

Occorre che il ragazzo inizi a pensare di sé delle cose diverse. Che non è facile, visto che la scuola non fa che bollarti, giudicarti, e i giudizi che riguardano la materia, spesso vengono formulati come se riguardassero la persona.
Per esempio: "l'elemento è insufficiente etc etc". Primo, non è un elemento, ma un ragazzo o una ragazza, che avrebbe un bisogno disperato di essere incoraggiato/a. Secondo, non "è insufficiente". Semmai "non ha ancora preso 6".

Una delle mie frasi più ricorrenti, e sono onesto mentre la dico, è "vedi che lo sai fare?"

20 gennaio 2010

"Scuola numero 249"

Sta suscitando molte polemiche un serial TV russo chiamato "Scuola" e ambientato in un liceo della periferia di Mosca, "scuola 249", che esiste davvero.
Qui potete trovare il trailer (è in russo, non si capisce niente, ma ho imparato che "scuola" si pronuncia "scuola");
qui il link con la notizia.

Le polemiche che si sono scatenate attorno a questa serie sono dovute al fatto che nel serial i teenager sono dipinti come gente che dice le parolacce, beve la birra, si fa le canne e pratica qualcosa che assomiglia troppo all'amore libero.
Tutto questo in una Russia putiniana che -ad occhio e croce- non differisce troppo dalla Russia grigia e ingessata descritta da Bulgakov in "il Maestro e Margherita", e messa a soqquadro da un certo Professor Woland con uno spettacolo di magia nera.

Un capitolo a parte meriterebbe l'analisi di come l'arte sia più rivoluzionaria della politica: nel libro di Bulgakov, il sistema è messo in crisi da uno spettacolo; nella realtà, il sistema è stato messo in crisi dal libro (che infatti è stato pluricensurato per anni); oggi, il sistema è messo in crisi da un serial TV. Anche in Italia è così.

Ma torniamo a noi. C'è stata quasi una rissa nel Parlamento russo, perché il "partito comunista" voleva censurare il serial (beati loro: qui, i Luttazzi e i Guzzanti li censurano senza neanche risse in Parlmento), perché forniva un'immagine stereotipata dei giovani, come mediocri e ingenui.
La regista, Valeria Gai Ciacanava (in arte Ghermanika), VENTICINQUE ANNI, ha risposto con parole che andrebbero incise nelle pagine della storia della TV: "Il mio è un film sull'adolescenza, sulla solitudine, sui genitori, sulla difficoltà di crescere. Se la gente è rimasta scioccata meglio così. Da troppo tempo era abituata a una televisione che sceglieva per lei cosa fosse giusto vedere e cosa no".

Tutto ciò detto: ho visto il trailer. Non ho capito i dialoghi, ma ho visto le immagini. Due risse, due baci, una dichiarazione d'amore (sembrava), uno scherzo con la birra, un ragazzo che manda giù una pasticca, a casa, che poteva essere un antibiotico o ecstasy. Niente di sconvolgente. Niente che non abbia mai visto coi miei occhi.
Sono entrato al liceo nel 1994, mi sono diplomato nel 1998, e nel '98 ho iniziato a fare le prime ripetizioni a ragazzi del liceo. Da un paio d'anni ci sono addirittura tornato, come insegnante.
Quindi sono 16 anni che frequento licei e liceali. Ho visto (e fatto) di tutto.
Ho bevuto la prima birra in primo liceo, mi sono divertito, ho continuato, ora sono una specie di Homer Simpson.
Ho fumato le mie prime due sigarette addirittura in terza media, mi hanno fatto schifo tutte e due, e ho capito che la cosa non faceva per me.
Ho dato il mio primo bacio in secondo liceo, mi è piaciuto, e da quella storia ho iniziato a imparare tutto quello che so adesso.
Ho preso la prima sbronza pesante in quarto, sono stato molto male, e ho imparato a conoscere i miei limiti e a rispettarli.
Sempre in quarto liceo ho fumato la prima canna. Non ho sentito nulla. Poi dopo qualche giorno ho fatto la seconda, sono stato male, ho anche vomitato, e anche lì ho imparato a conoscere i miei limiti e a rispettarli. Ho imparato anche che chi parla (e legifera) sulle droghe leggere, il più delle volte non ne sa NIENTE.
(Erano belli i tempi in cui Umberto Veronesi era Ministro della Salute, e
si poteva parlare dell'argomento con tranquillità e senza ipocrisie).
Negli anni del liceo ho amato dei professori e ne ho odiati degli altri, ho iniziato a fare politica e a schierarmi, eccetera eccetera. E quello che ho fatto io è niente rispetto a quello che ho visto fare da altri. Eccessi non sempre giustificabili, e a volte troppo pericolosi. Nondimeno, esistiti.

Per cui benvenga qualsiasi serial TV che parli dei liceali per come sono realmente: ragazzi e ragazze in continua sperimentazione, tormentati, entusiasti, depressi, ingenui, idealisti, alle prese con i guai che combinano, molto poco politically correct.
A me piace lavorare coi ragazzi di quell'età proprio per questo: perché hanno un flusso vitale di energia inarrestabile, anche quando rimane compressa, anche nei loro eccessi e nei loro errori, sono fiori che stanno sbocciando. Mi piace stare lì accanto, e dare una mano quando posso.


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permalink | inviato da Pierpaolo Buzza il 20/1/2010 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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